Marco Fabio Quintiliano

Ipse dixitIpse dixit:

Le vane speranze sono spesso come sogni fatti ad occhi aperti.

-- Marco Fabio Quintiliano, "Caligat in sole", Institutio oratoria.

Oratore e professore di retorica stimatissimo ai suoi tempi, Quintiliano ci ha lasciato con l’Institutto oratoria il trattato più completo e sistematico di retorica latina. L’opera, conosciuta solo parzialmente nel Medioevo, fu riscoperta da Poggio Bracciolini nel 1416 e suscitò l’entusiasmo degli umanisti, divenendo e rimanendo nei secoli successivi un testo fondamentale nei campi della pedagogia, della stilistica e della critica letteraria.

Notizie biografiche e cronologia dell'Institutio oratoria

Marco Fabio Quintiliano fu originario di Calagurris (odierna Calahorra, nella Spagna nordorientale). Nato fra il 30 e il 40 d.C., studiò a Roma, dove svolse poi con grande successo l’attività di avvocato (ossia di oratore giudiziario); inoltre insegnò retorica per vent’anni, all’incirca dal 70 al 90, ottenendo un importante riconoscimento pubblico: fu infatti tra i primi professori finanziati dallo Stato per iniziativa di Vespasiano, che gli assegnò uno stipendio di centomila sesterzi annui (corrispondente a quello di un alto funzionario imperiale). Nel 94, quando si era ormai ritirato dall’insegnamento, Domiziano gli affidò l’istruzione di due pronipoti destinati, nelle sue intenzioni, alla successione imperiale; il retore ottenne nello stesso anno le insegne consolari (una sorta di decorazione che assicurava onori e privilegi).
Dopo aver lasciato la cattedra, Quintiliano scrisse dapprima un trattato De causis corruptae eloquentiae (“Le cause della decadenza dell’oratoria”) che non ci è pervenuto, quindi l’Institutio oratoria, l’opera maggiore, composta negli anni dal 90 circa al 96 (conclusa sicuramente prima della tragica fine di Domiziano, che viene elogiato nel IV e nel X libro).
Ignota è la data della morte, che non dovette essere di molto posteriore alla fine della dinastia flavia. Plinio il Giovane infatti, che di Quintiliano fu allievo, nelle sue lettere, scritte sotto Traiano, parla del maestro come di chi non è più in vita.

"La formazione dell'oratore"

L’Institutio oratoria (“La formazione dell’oratore”) è un trattato in dodici libri, dedicato a Vitorio Marcello, personaggio in vista alla corte di Domiziano; in quest’opera l’illustre professore fece confluire la sua ricchissima dottrina e insieme i frutti della sua esperienza ventennale d’insegnante.
Egli enuncia subito la sua intenzione di scrivere un’opera completa e sistematica, delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia e trattando di tutti i problemi e gli argomenti, teorici e pratici, attinenti alla scienza retorica e all’attività oratoria. Dunque, pur rifacendosi spesso a Cicerone — le cui orazioni costituiscono per lui modelli insuperabili di eloquenza e le cui opere retoriche sono tra le sue fonti principali —, Quintiliano non scrive un dialogo come il De oratore, ma un vero e proprio trattato didascalico, che nella sua organicità e nel carattere spiccatamente e minutamente precettistico di molte parti è assai simile a un’Ars (ossia a un manuale scolastico). Si pone tuttavia fin dall’inizio sulla linea di Cicerone per ciò che riguarda la concezione della retorica come scienza che non si limita a fornire competenze puramente tecniche, ma si propone di formare, insieme al perfetto oratore, il cittadino e l’uomo moralmente esemplare:

«Oratorem autem instituimus illum perfectum, qui esse nisi vir bonus non potest, ideoque non dicendi modo eximiam in eo facultatem, sed omnis animi virtutes exigimus.»

«Intendiamo formare l’oratore perfetto, e questo non può non essere anche un uomo onesto; perciò pretendiamo che egli non sia solo straordinariamente eloquente, ma che sia anche fornito di tutte le doti morali.» – Institutio oratoria, I, prooem., 9

Subito dopo Quintiliano affronta il problema del rapporto tra retorica e filosofia, dibattuto lungo tutto il corso della tradizione greca (dai sofisti a Platone ad Isocrate) e latina (da Cicerone a Seneca). Egli si pone sulla linea isocrateo-ciceroniana, polemizzando con la pretesa dei filosofi di riservare a sé l’educazione dei giovani e affermando che la filosofia è solo una delle scienze che contribuiscono alla cultura enciclopedica dell’oratore.
Le sue posizioni corrispondono dunque a quelle sostenute da Cicerone nel De oratore (a cui il nostro autore si richiama esplicitamente), in quanto anche la filosofia, come tutte le altre materie di studio, viene ricondotta nell’ambito onnicomprensivo dell’oratoria, con la motivazione che solo chi possiede perfettamente l’arte dell’eloquenza è in grado di trattare convenientemente di argomenti filosofici («della giustizia, della fortezza, della temperanza e così via»: I, prooem., 12). Ben poco ciceroniana ci appare tuttavia la dichiarata ostilità di Quintiliano verso i filosofi contemporanei, sui quali egli esprime giudizi molto severi, affermando che ai suoi tempi «sotto il nome della filosofia si sono celati i vizi più gravi» (I, prooem., 15). Tale presa di posizione è da inquadrare, più che nella polemica tradizionale fra retori e filosofi (concorrenti e rivali nella formazione intellettuale dei giovani destinati alla vita politica), nell’adesione e nell’appoggio agli orientamenti degli imperatori flavi e specialmente di Domiziano, promotore di ben due espulsioni consecutive di filosofi da Roma: da buon funzionario stipendiato dal fisco (ossia dal tesoro imperiale) e precettore dei prìncipi, Quintiliano si conforma disciplinatamente alle direttive del regime.

Si è già accennato al fatto che — unico fra i trattatisti di retorica antichi che conosciamo — il nostro autore segue l’educazione del futuro oratore sin dalla nascita. Dopo il proemio, egli dedica infatti i primi tre capitoli del I libro a precetti pedagogici che rivelano in lui un educatore esperto, saggio e illuminato; afferma, tra l’altro, che si devono assecondare le inclinazioni individuali dei fanciulli ed esprime un giudizio negativo sulle punizioni corporali, usuali nella scuola antica. Passa poi a trattare dello studio della grammatica (che occupava i primi anni del curriculum scolastico).

Il II libro accompagna il ragazzo nel passaggio dalla scuola di grammatica a quella di retorica, delineando la figura del retore ideale, soffermandosi sugli esercizi da proporre ai principianti e definendo l’essenza e le caratteristiche dell’arte retorica.
Nel III libro, dopo un rapido excursus di storia della retorica, troviamo le partizioni fondamentali di questa disciplina: le cinque parti della teoria: inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio (secondo le quali sarà poi distribuita la materia); i tre generi di discorsi: deliberativo, epidittico (che Quintiliano preferisce chiamare laudativum), giudiziario; i tre compiti dell’oratore: docère, movère, delectare. Inizia poi la trattazione dell’inventio (ossia del reperimento degli argomenti), svolta in riferimento al genere giudiziario; essa occupa la parte finale del libro III e gli interi libri IV, V e VI.

Il libro VII e dedicato alla dispositio, ossia all’ordine da assegnare agli argomenti all’interno del discorso.

I libri VIII e IX trattano della elocutio, cioè dello stile oratorio, e svolgono ampiamente la teoria delle figure retoriche con cui si deve “ornare” il discorso.

Il libro X contiene la celebre rassegna dei principali poeti e prosatori greci e latini, su ciascuno dei quali il retore pronuncia brevi e spesso acuti giudizi, ponendosi sempre dal punto di vista che specificamente lo interessa, cioè l’utilità della lettura di quegli autori per la formazione dell’oratore. Conclude questa sezione un giudizio severamente critico sullo stile di Seneca, che costituisce per Quintiliano il più tipico esempio di quel gusto “corrotto” contro il quale egli combatte. Il resto del libro espone la teoria dell’imitazione e si occupa degli esercizi da fare per iscritto e della capacità d’improvvisare.

Il libro XI tratta dell’aptum (cioè della necessità di adattare il discorso alle circostanze), della memoria (ossia delle tecniche per memorizzare ciò che si deve dire) e dell’actio o pronuntiatio (voce, dizione, gesti).

Nel XII e ultimo libro l’autore delinea infine la figura del perfetto oratore, riprendendo la definizione di Catone il Censore di “vir bonus dicendi peritus”, e stabilendo quali debbano essere suoi mores e i suoi officia.

La decadenza dell'oratoria secondo Quintiliano

L’Institutio oratoria si può considerare una summa della teoria retorica antica. L’autore cita (non sempre di prima mano) numerosissime fonti greche e latine, discutendo le posizioni assunte dai predecessori con grande equilibrio e pacatezza di giudizio; inoltre egli ha il pregio d’impostare quasi sempre i problemi con esemplare chiarezza e concretezza e di svolgere la sua trattazione in tono amabilmente discorsivo. La sua opera si può dunque leggere anche come una preziosa raccolta di materiale che ci conserva, ordinate sistematicamente ed esaminate criticamente, le acquisizioni di uno dei settori più importanti e vitali della cultura greco-latina, quello della scienza e della tecnica della comunicazione e della persuasione.
L’opera ha tuttavia anche importanti implicazioni in rapporto alle condizioni storico-culturali dell’età in cui è sorta e in particolare a due problemi dibattuti anche in altri testi pressappoco contemporanei: quello della mutata funzione dell’oratore nella società civile e quello delle nuove tendenze stilistiche affermatesi nella prima età imperiale.
Quintiliano imposta entrambi i problemi in termini di ”corruzione”, e indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico (carenza di buoni insegnanti, eccessivo spazio dato nella scuola alle declamazioni su argomenti fittizi, lontani dalla vita reale) e morale (alla degenerazione dei costumi si accompagna lo scadimento del gusto e dello stile). Egli indica classicisticamente in Cicerone il culmine dell’oratoria romana e il modello insuperato, a cui si deve tornare per porre rimedio alla situazione presente.
Stupisce a prima vista in uno studioso intelligente e preparato, come indubbiamente il nostro autore, l’assoluta mancanza di prospettiva storica, che lo induce a riproporre modelli di eloquenza legati indissolubilmente alle condizioni storico-politiche dell’età repubblicana come se fossero ancora attuali sotto il principato, quando l’oratoria è stata privata quasi completamente della sua fondamentale funzione politica.
Quando, nel libro XII, delinea la figura dell’oratore perfetto, Quintiliano parla come se nulla fosse cambiato dai tempi di Cicerone; egli afferma infatti che il grande oratore darà le prove più alte del suo valore quando dovrà orientare le decisioni del senato e ricondurre sulla retta strada il popolo sviato (XII, 1, 26), fingendo d’ignorare che sotto il regime monarchico il senato e il popolo non hanno più alcuna effettiva capacità decisionale, perché tutto il potere è di fatto nelle mani del principe. In realtà, a ben vedere, l’impostazione moralistica che il retore dà al suo discorso cela un’abile operazione di copertura ideologica del regime monarchico.
Ciò risulta evidente se consideriamo che cosa intenda Quintiliano quando, sulle orme di Catone, definisce il perfetto oratore come vir bonus dicendi peritus. L’espressione vir bonus (usata dai filosofi come l’equivalente di sapiens) era stata usata da Cicerone per indicare il cittadino eminente impegnato nella vita politica a difesa degli interessi degli ottimati, che Cicerone faceva coincidere con quelli di tutta la comunità. Anche Quintiliano dà una definizione analoga, mettendo l’accento, oltre che sulle qualità morali, sulla totale subordinazione dell’attività del perfetto oratore agli interessi dello Stato: il vir bonus è quello che sa anteporre sempre il bene pubblico a quello privato, preoccupandosi in primo luogo della communis utilitas.
Questa affermazione tuttavia assume nel retore che scrive sotto Domiziano nuove implicazioni rispetto al passato, visto che ora lo Stato s’identifica di fatto con l’imperatore, che è il solo a decidere che cosa sia utile alla comunità. E infatti Quintiliano non si stanca di consigliare e di raccomandare all’oratore moderazione, disciplina e senso della misura; e porta come esempi di oratori eccellenti ai suoi tempi quelli di alcuni personaggi di cui sappiamo da altre fonti che furono stretti collaboratori dei principi. Dunque, pur non rilevando esplicitamente il decisivo mutamento della situazione politica (in questo il suo atteggiamento ci appare ambiguo), egli teorizza in realtà la collaborazione dell’oratore (ossia dell’uomo politico, ridotto ormai ad esecutore delle direttive imperiali) con il regime assoluto:

«Il criterio fondamentale con cui valutare gli oratori è quello della loro adesione all’interesse dello Stato: ma lo Stato è impersonato dal principe[…]. Quintiliano cala completamente la sua dottrina e le sue norme di comportamento dentro lo Stato, senza riservare a sé — e ai suoi allievi — alcuna via d’uscita, nell’eventualità che la collaborazione con lo Stato non sia più possibile» – I. Lana

Per quanto riguarda il problema dello stile, il retore assume una posizione equilibrata e mediana: egli critica, sulle orme di Cicerone, l’atticismo per la sua semplicità troppo spoglia e disadorna, nonché le tendenze arcaicizzanti (che gia si delineavano ai suoi tempi e che avrebbero prevalso successivamente); ma combatte soprattutto quello stile modernizzante, fiorito e concettoso, caratterizzato dall’abbondanza di sententiae, di cui ci offre ampia documentazione l’antologia di Seneca Padre e che è rappresentato esemplarmente da Seneca il Filosofo.
Il difetto principale imputato da Quintiliano a questo stile, che egli definisce vitiosum et corruptum dicendi genus, è la mancanza del senso della misura nell’uso dei procedimenti dell’ornatus, dovuta alla ricerca sfrenata del consenso da parte del pubblico: il fine degli oratori “nuovi” è la voluptas di chi ascolta; essi, mirando in primo luogo a delectare, scambiano quello che per l’oratore è un fine secondario, con il fine principale, che è quello di persuadere.
In realtà anche in questo caso Quintiliano si mantiene ancorato all’impostazione retorica tradizionale senza accorgersi (o fingendo di non accorgersi) che la situazione è mutata, che lo stile oratorio nella maggior parte dei casi è effettivamente divenuto fine a se stesso, che i verba ora contano davvero più delle res (come dimostrano la voga e il successo delle declamazioni), che lo scopo primario non è più la persuasione ma proprio il diletto, il piacere del pubblico, e che il divario fra l’oratoria epidittica e l’oratoria vera, del Foro e delle assemblee deliberative, si è praticamente annullato.
Del resto, per quanto riguarda lo stile di Quintiliano stesso, il suo intento, anche esplicito, di evitare una “trasmissione di nozioni disadorna e arida” (III, 1, 3) e di conferire alla sua esposizione “una certa eleganza” (aliquid nitoris) che la renda piacevole e attraente, si traduce in un uso relativamente abbondante di figure retoriche (specialmente similitudini e metafore) che risente indubblamente delle preferenze dei suoi contemporanei per un modo di esprimersi ornato e “poetico”.
Le differenze rispetto al modello ciceroniano si notano, oltre che nell’abbondanza dei traslati, nella sintassi meno ampia e distesa, più mossa e variata, e nella ricerca di una maggiore concentrazione del pensiero, di una maggiore rapidità e incisività. Possiamo ricordare, a questo proposito, che monotonia, lentezza e prolissità erano i difetti rimproverati a Cicerone dai modernizzanti, e che, d’altra parte, Quintiliano riteneva Cicerone un modello insuperato ma non insuperabile.

latino/quintiliano.txt · Ultima modifica: 2008/07/09 23:00 (modifica esterna)
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