Introduzione

Il perché di una tematica

Non inizierò con i soliti stereotipi. Si potrebbe esordire col dire che siamo in un mondo in continua evoluzione, in cui la comunicazione, come mai prima, è diventata un elemento essenziale della nostra vita, fino a pervadere la nostra esistenza con i suoi codici, i suoi simboli, le sue convenzioni, le sue relative sfaccettature contestuali.
Gli stereotipi linguistici sono la morte della comunicazione; non a caso “il Nostro” Ludovico Geymonat sosteneva che, nella storia del pensiero, nessun convenzionalismo è assoluto. Così argomentava il filosofo torinese:

«[…] non si può parlare di lotta tra il vero e il falso, così come non si può parlare di sviluppo continuo dalle vecchie alle nuove idee, né si possono presentare queste ultime come superamento delle antecedenti. La storia del pensiero è assai più complicata di quanto non ci lascino immaginare questi schemi; è una storia che si attua per le vie più diverse, facendo ricorso a tecniche sempre nuove, che escono fuori da qualisasi barriera preconcetta, unificate fra loro da un solo fatto: dall'essere, tutte, attuazioni del medesimo appello alla ragione.»

E' a tal punto, dunque, che entra in gioco l'arte, quell'arte intesa nel senso stretto di “appello alla ragione”, creatrice di nuove forme e di nuovi ambiti di pensiero.
Dopotutto il linguaggio si sviluppa proprio dall'arte e continua come sua forma vera e propria. Inutile ricordare che la tecnica calligrafica, in Cina, è un requisito essenziale di ogni cittadino ben istruito e che i geroglifici usati millenni fa in Egitto hanno una seppur vaga attinenza alle incisioni rupestri degli albori della civiltà, per fare degli esempi fra i più elementari.
E' altresì innegabile che, ad un certo momento, i più grandi scrittori e poeti della fine del XIX si siano sentiti soffocare entro le mura del classicismo linguistico e che abbiano cercato nuovi spunti e nuove possibilità espressive. Si ricordino a tal proposito la tematica del “poeta veggente” di Arthur Rimbaud, l'arte della sensazione dal sapore freudiano e della rinascita assoluta dal tempo di Marcel Proust (quell'arte, scardinatrice delle barriere temporali, di “Ode ad un urna greca” del poeta John Keats), la nuova concezione del teatro intesa da Luigi Pirandello; e ve ne sarebbero molti altri, che, purtroppo, non ho la possibilità di citare in questa sede. «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere» ricordava Wittgenstein, ma alludeva alla morte della metafisica. Eppure, se mi è permessa una mia considerazione personale, credo esista un'assoluto noumenico di fronte alla poliedrica ermeneutica nietzschiana. Così scrive Lucio Cortella, un filosofo contemporaneo, nel suo libro “Una dialettica nella finitezza. Adorno e il programma di una dialettica negativa”:

«Identificare - nel linguaggio di Adorno - non significa scoprire la vera identità della cosa, ma sovrapporre ad essa un'identita falsa, sovrapporre all'oggetto un'esigenza del soggetto. La realtà diventa in tal modo una proiezione della soggettività, un mondo puramente concettuale che copre e occulta la vera natura delle cose.»

D'altronde, ciò che avete letto fino ad ora non è altro che il frutto di un'interpretazione umanamente comprensibile di un'assoluto binario composto da atomi di silicio e flussi di elettroni. Di una, fra le tante.

Il perché di un'interpretazione

Il titolo di questa sezione non ha nessuna connotazione con i concetti in essa esposti. L'argomento non ha nulla (o quasi) di filosofico, ma si entra stavolta in un ambito strettamente pratico. Si tratterà, dunque, di dare una spiegazione all'uso del formato elettronico per la compilazione di questo lavoro di fine liceo, a cui molti sono soliti assegnare il nome di “tesina”.
L'idea di fondo che ha spinto il sottoscritto ad utilizzare un supporto informatico è, ufficialmente, di natura didattica: l'ambiente del liceo scientifico sperimentale dovrebbe avviare proprio all'utilizzo delle nuove tecnologie e della rete internet, rapidissima veicolatrice, quest'ultima, di pensieri e di culture; tanto più che il corso di studi frequentato prevede l'informatica come regolare disciplina.
Officiosamente si tratta di una sorta di sfida che l'autore ha preso con se stesso per saggiare le sue reali capacità anche nel nuovo ambito della programmazione di sistemi informatici. Tale lavoro non è costituito, difatti, di un semplice file in formato Microsoft Word o Microsoft PowerPoint, ma concerne la configurazione di un server dedicato (di tipo Apache, versione 2.2 per sistemi Win32, sotto licenza GNU/GPL) con supporto allo scripting in PHP, montanto su di un computer portatile che, se connesso alla rete internet, grazie al software server, può rendere questo documento accessibile da qualsiasi parte del pianeta tramite un'altra macchina anch'essa allacciata alla rete globale. Basterà difatti inserire in un qualsiasi browser web il seguente indirizzo:

http:\\[IP della macchina server (computer portatile)]\doku\doku.php

dove doku.php è il nome del programma in PHP deputato alla gestione di tale lavoro. Grazie a tale software per la gestione del documento quest'ultimo è modificabile da qualsiasi punto del globo connesso alla rete telematica, previa l'ottenimento della necessaria autorizzazione tramite l'inserimento del nome utente dell'amministratore e della sua password.
Le potenzialità sono infinite. E' verosimilmente possibile e concesso tutto ciò che è suggerito dall'inventiva, persino la registrazione di più utenti al sistema, abilitati alla modifica ed al miglioramento del lavoro. Di fondo vi è l'etica dell'informatico americano Richard Stallman, fortemente connessa a quella kantiana ed alla sua “Regola Aurea”. A tal proposito, di seguito riporto alcuni passi del ”Manifesto GNU” e l'articolo ”Libertà o copyright?” dello stesso Stallman. Anche se alcuni punti su questi due documenti sono riferiti strettamente all'ambito informatico, alla base vi è una visione fortemente kantiana di una nuova società fondata sul libero scambio culturale e su quella che viene definita “etica hacker”.

«Fare giocosamente qualcosa di difficile, che sia utile oppure no, questo è hacking.» – Richard Stallman

Aiutiamoci a migliorare. Non competiamo semplicemente per denaro o per riconoscimenti accademici, competiamo per noi stessi.

Dal "Manifesto GNU"

<<Un programmatore non dovrebbe poter chiedere una ricompensa per la sua creatività?>>

Non c'è niente di male nel chiedere di esser pagati per il proprio lavoro, o mirare ad incrementare le proprie entrate, fintanto che non si utilizzino metodi che siano distruttivi. Ma i metodi comuni nel campo del software, al giorno d'oggi, sono distruttivi. Spremere denaro dagli utenti di un programma imponendo restrizioni sull'uso è distruttivo perché riduce i modi in cui il programma può essere usato. Questo diminuisce la quantità di ricchezza che l'umanità ricava dal programma. Quando c'è una scelta deliberata di porre restrizioni, le conseguenze dannose sono distruzione deliberata. La ragione per cui un buon cittadino non usa questi metodi distruttivi per diventare più ricco è che, se lo facessero tutti, diventeremmo tutti più poveri a causa delle distruzioni reciproche. Questa è etica kantiana, la Regola Aurea: poiché non mi piacciono le conseguenze che risulterebbero se tutti impedissero l'accesso alle informazioni, devo considerare sbagliato che uno lo faccia. In particolare, il desiderio di una ricompensa per la propria creatività non giustifica il privare il mondo nel suo insieme di tutta o parte di questa creatività.

<<Ma le persone non hanno diritto di controllare come la loro creatività viene usata?>>

Il “controllo sull'uso delle proprie idee” in realtà costituisce un controllo sulle vite degli altri; e di solito viene usato per rendere più difficili le loro vite. Le persone che hanno studiato con cura i vari aspetti del diritto alla proprietà intellettuale (come gli avvocati) dicono che non c'è alcun diritto intrinseco alla proprietà intellettuale. I tipi dei supposti diritti alla proprietà intellettuale riconosciuti dal governo furono creati da specifici atti legislativi per scopi specifici. Per esempio la legislazione sui brevetti fu introdotta per incoraggiare gli inventori a rivelare i dettagli delle loro invenzioni. Lo scopo era avvantaggiare la società più che avvantaggiare gli inventori. A quel tempo la validità di 17 anni per un brevetto era breve se confrontata con la velocità di avanzamento dello stato dell'arte. Poiché i brevetti riguardano solo i produttori, per i quali il costo e lo sforzo degli accordi di licenza sono piccoli in confronto all'organizzazione della produzione, spesso i brevetti non costituiscono un gran danno. E non ostacolano la gran parte degli individui che usano prodotti coperti da brevetto. L'idea del copyright non esisteva in tempi antichi, quando gli autori copiavano estesamente altri autori in opere non narrative. Questa pratica era utile, ed è il solo modo attraverso cui almeno parte del lavoro di alcuni autori è sopravvissuto. La legislazione sul copyright fu creata espressamente per incoraggiare l'originalità. Nel campo per cui fu inventata, cioè i libri, che potevano essere copiati a basso costo solo con apparecchiature tipografiche, non fece molto danno e non pose ostacoli alla maggior parte dei lettori. Tutti i diritti di proprietà intellettuale sono solo licenze concesse dalla società perché si riteneva, correttamente o meno, che concederle avrebbe giovato alla società nel suo complesso. Ma data una situazione particolare dobbiamo chiederci: facciamo realmente bene a concedere queste licenze? Che atti permettiamo di compiere con esse? Il caso dei programmi ai giorni nostri differisce enormemente da quello dei libri un secolo fa. Il fatto che la via più facile per passare una copia di un programma sia da persona a persona, che il programma abbia un codice sorgente ed un codice oggetto che sono cose distinte, ed infine il fatto che un programma venga usato più che letto e gustato, combinandosi creano una situazione in cui qualcuno che impone un copyright minaccia la società nel suo insieme, sia materialmente che spiritualmente, una situazione in cui quel qualcuno non dovrebbe farlo, che la legge lo permetta o no.

<<La competizione fa sì che le cose siano fatte meglio.>>

Il paradigma della competizione è la gara: premiando il vincitore incoraggia ognuno a correre più veloce. Quando veramente il capitalismo funziona in questo modo, fa un buon lavoro; ma chi lo difende ha torto nell'asserire che agisce sempre così. Se i corridori dimenticano il motivo per cui è offerto il premio e si concentrano solo sul vincere non curandosi di come, possono trovare altre strategie, come ad esempio attaccare gli altri concorrenti. Se i corridori si azzuffano, arrivano tutti in ritardo al traguardo. Il software proprietario e segreto è l'equivalente morale dei corridori che si azzuffano. Triste a dirsi, l'unico arbitro che abbiamo pare non muovere alcuna obiezione alle zuffe, al più le regolamenta (“ogni dieci metri puoi tirare un pugno”). Dovrebbe invece dividerli e penalizzarli anche se solo provassero a combattere.

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Libertà o copyright?

Articolo di Richard Stallman

Un tempo, nell'era della carta stampata, venne stabilita una regolamentazione industriale per il mondo della scrittura e dell'editoria. Venne chiamata copyright. Lo scopo del copyright era quello di incoraggiare la pubblicazione di diverse opere scritte. Il copyright consentiva agli editori di ottenere dagli autori il permesso di ristampare i loro lavori recenti.

I semplici lettori non avevano nulla in contrario, dato che il copyright imponeva restrizioni solo nella pubblicazione delle opere, non nell'uso che questi ne facevano. Che ciò aumentasse solo di un po' il prezzo dei libri, non aveva importanza; il copyright, come era inteso, forniva un beneficio generale, gravando solo un po' sulla collettività. Assolveva, dunque, il suo compito in maniera egregia.

In seguito, si sviluppò un nuovo modo per diffondere le informazioni: i computer e le reti. Il vantaggio della tecnologia dell'informazione digitale sta nel fatto che questa facilita la copia e la manipolazione delle informazioni, inclusi software, registrazioni musicali e libri. Le reti, d'altro canto, offrivano la possibilità di accesso illimitato ad ogni tipo di dati - un'utopia dell'informazione.

Ma si trovò un ostacolo: il copyright. I lettori che facevano uso dei loro computer per condividere le informazioni erano tecnicamente dei contravventori del copyright. Il mondo era cambiato e quella che in passato era una regolamentazione industriale sull'editoria divenne una restrizione nei confronti della collettività che invece avrebbe dovuto favorire.

In un paese democratico, una legge che proibisca un'attività comune, naturale ed utile verrebbe presto abolita, ma la potente lobby degli editori era determinata ad impedire che la collettività traesse vantaggio dal potere dei propri computer, così fece del copyright la propria arma. Sotto la sua influenza i governi, invece di allentare la morsa del copyright per adattarsi alle nuove circostanze, lo inasprirono più che mai, imponendo pene severe ai lettori sorpresi a condividere informazioni.

Ma non è tutto. I computer possono essere potenti strumenti di dominazione se poche persone controllano quello che altri fanno con i loro computer. Gli editori si accorsero che, imponedo alla gente di usare programmi realizzati specificatamente per leggere libri elettronici, avrebbero guadagnato un potere mai avuto: avrebbero potuto costringere i lettori a pagare per leggere, identificandoli ad ogni lettura.

Questo era il sogno degli editori che sono riusciti a convincere il governo americano a varare il Digital Millennium Copyright Act del 1998. Questa legge dà loro il quasi completo potere legale su quasi tutto ciò che un lettore può fare con un libro elettronico. Anche leggerlo senza autorizzazione è un crimine!

Abbiamo ancora le stesse vecchie libertà nell'uso dei libri stampati, ma se i libri elettronici li rimpiazzeranno, questa eccezione non porterà un gran beneficio. Con l'“inchiostro elettronico”, che consente di scaricare nuovi testi in un pezzo di carta apparentemente stampato, anche i giornali potrebbero divenire effimeri. Si immagini: niente più negozi di libri usati, niente più libri in prestito agli amici, niente più librerie pubbliche da cui da cui prenderli - ovvero niente più “falle” che potrebbero consentire a qualcuno di leggere un libro senza pagare (e, giudicando dalla pubblicità di Microsoft Reader, non sarà più possibile acquistare i libri anonimamente). Questo è il mondo che gli editori hanno in mente per noi.

Perché c'è così poca discussione circa questi cambiamenti? Molti non hanno ancora avuto occasione di venire a contatto con le questioni politiche sollevate da questa tecnologia futuristica. D'altro canto, alla collettività è stato insegnato che il copyright esiste per “proteggere” i suoi possessori, con l'implicazione che l'interesse pubblico non ha importanza.

Quando la gente comincerà ad usare massicciamente i libri elettronici e scoprirà il regime che gli editori hanno preparato, allora comincerà la resistanza. L'umanità non accetterà questo giogo in eterno.

Gli editori vogliono farci credere che un copyright così aspro sia l'unico sistema per proteggere l'arte, ma non c'è bisogno di una guerra alla copia per incoraggiare la pubblicazione di diverse nuove opere; come i Greateful Dead hanno dimostrato, la copia privata tra i propri sostenitori non è necessariamente un problema per gli artisti. Legalizzando la copia dei libri elettronici tra amici, si può far tornare il copyright alla forma di regolamentazione industriale che era una volta.

Per certi tipi di scritti, possiamo anche andare oltre. Per il materiale scolastico/accademico e le monografie, ognuno dovrebbe essere incoraggiato a ripubblicarne on line copie letterali; questo aiuterebbe a proteggere i documenti scolastici e accademici rendendoli allo stesso tempo più accessibili. Per i libri di testo ed le opere di consultazione, la pubblicazione di versioni modificate dovrebbe essere altrettanto incoraggiata poiché favorirebbe il miglioramento.

Alla fine, quando le reti informatiche forniranno un modo semplice per inviare piccole somme di denaro, spariranno tutte le argomentazioni a favore della restrizione delle copie letterali. Se un libro piace e compare sul nostro schermo una finestrella che dice: “Premere qui per spedire un dollaro all'autore”, non ci premeremo sopra? Il copyright per i libri e la musica, poiché si tratta di distribuzione di copie letterali, diventerà interamente obsoleto. E non sarà mai abbastanza presto!

Copyright (C) 2000 Richard Stallman. La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta.

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